VISITARE DELHI IN 2 GIORNI

Indossando una veste arancione alla Jama Masjid a Delhi in 2 giorni

VISITARE DELHI IN 2 GIORNI

Sono in aereo, seduta al mio immancabile posto finestrino, intenta a leggere libri e guide per pianificare la mia visita di Delhi in 2 giorni.

La mia ingenuità di quel momento mi fa quasi tenerezza! Non avevo ancora idea di cosa significasse viaggiare in India, e che “pianificare” fosse una parola che non esiste nel vocabolario indiano.

Atterro a Delhi verso le 2 di notte. Non appena l’aereo tocca la pista con le ruote, sento uno strano odore.

Mi affaccio e vedo un’inquietante nube grigia che copre il cielo della città. Eccolo qui, conosco di persona il celeberrimo inquinamento di Delhi!

Dico all’autista che mi è venuto a prendere in aeroporto: “Certo che c’è veramente tanto inquinamento in città!”. L’autista mi guarda stranito, come se non avesse idea di cosa stessi parlando, e mi fa: “Inquinamento? Pochissimo inquinamento!”.

E in meno di un’ora dal mio arrivo in terra indiana, conosco una delle complesse caratteristiche della cultura di questo paese: negare, anche di fronte la più totale evidenza.

Non approfondisco l’argomento e in poco meno di mezz’ora sono finalmente in hotel, dove mi aspetta Mallory, la mia fedele compagna di viaggio americana.

Non ci vediamo da un anno. Inutile descrivere gli acuti e le sinfonie prodotte dal nostro tanto atteso incontro!

Fortunatamente il nostro hotel non ha regole particolarmente severe sugli schiamazzi notturni!

Verso le 5 del mattino decidiamo che forse è il caso di andare a dormire, anche perché ci attende una pienissima giornata alla scoperta della capitale indiana!

GIORNO 1. OLD DELHI.

Primo risveglio in terra indiana. Indossiamo le nostre mascherine anti inquinamento che Mallory ha gentilmente portato dalla Thailandia, dove ormai vive da qualche anno.

In Asia se non hai le mascherine anti inquinamento non sei nessuno e Mallory ha deciso di portare quelle all’ultima moda orientale! Mi pare giusto.

Saliamo su un tuk-tuk ed eccoci a sgattaiolare tra vacche e macchine direzione Forte Rosso.

Per le strade indiane c’è una costante irrinunciabile: il suono del clacson. Io e Mallory cerchiamo di trovare una logica dietro il suo utilizzo: forse lo usano quando devono sorpassare? No ora lo stanno usando mentre sono fermi al semaforo. Forse serve solo a segnalare la loro presenza alle mucche?

Abbiamo chiesto e ci è stato risposto: se non suoni il clacson, la macchina non funziona.

Confuse dalla risposta, impariamo la prima regola sull’India: non fare domande, tanto non avrai mai una risposta soddisfacente!

Dopo il nostro primo dei tanti spostamenti in tuk-tuk eccoci finalmente di fronte al Forte Rosso.

Indossando maschere anti inquinamento al Forte Rosso di Delhi

No, non abbiamo intenzione di rapinarlo, lo giuro! Vogliamo semplicemente visitarlo!

IL FORTE ROSSO DI OLD DELHI.

Mentre rassegnate ci infiliamo in una fila chilometrica, si avvicina un tipo che ci dice: “La fila per gli stranieri è da quella parte!”.

Mi chiedo come ha fatto a capire che siamo straniere!

Ironia a parte, scopriamo con immenso piacere che la fila per gli stranieri è praticamente inesistente e in pochi minuti siamo all’interno del Forte Rosso.

Le file separate si trovano praticamente ad ogni ingresso delle attrazioni turistiche. Gli indiani pagano una tariffa agevolata, mentre gli stranieri la tariffa per turisti, decisamente più elevata, ma che ha il vantaggio di far saltare le enormi code della fila indiana.

Il Forte Rosso (Lal Qila in hindi) si trova a Old Delhi, che una volta era la capitale dell’India islamica. Fu costruito in pietra arenaria rossa tra il 1638 e il 1648, in piena epoca moghul, sotto il comando dell’imperatore Shah Jahan, con l’intento di riprodurre il Paradiso descritto dal Corano.

All’interno del Forte Rosso risiedeva l’imperatore con le sue spose e concubine.

La visita del forte si snoda tra i resti delle diverse sale, tra cui la sala delle udienze pubbliche e private, gli hammam (i bagni reali), la Moschea delle Perle e giardini.

Il complesso è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Durante la nostra visita veniamo fermate da una miriade di indiani che vogliono farsi selfie e foto con noi.

Con una famiglia indiana al Forte Rosso di Delhi

Non siamo mai riuscite a capirne il motivo. Siate preparati perché questo accade di continuo e metterà a dura prova la vostra pazienza. Dopo qualche giorno adotterete inevitabilmente il fastidioso atteggiamento VIP con occhiali da sole e mano tesa precisando: “Signori, per oggi basta foto”.

LA MOSCHEA JAMA MASJID.

Dopo la visita del forte prendiamo quello che gli indiani amano chiamare “l’elicottero indiano” per raggiungere la moschea Jama Masjid, la Moschea del Venerdì.

Jama Masjid o la Moschea del Venerdì di Delhi

L’elicottero indiano non è altro che una bicicletta che traina un carretto dove si siedono i passeggeri. Ci siamo ritrovate su questo strano mezzo di trasporto dopo le interminabili insistenze del “pilota dell’elicottero” ma devo ammettere che appena ci siamo sedute ci siamo sentite subito in colpa per la fatica fatta da questo povero signore! Ma fortunatamente la moschea è veramente vicina al forte e, una volta scese, gli abbiamo lasciato una bella manciata di rupiah.

Saliamo verso uno degli ingressi della moschea e ci ritroviamo, con una veste arancione io e una azzurra Mallory, nella moschea più grande dell’India.

Indossando una veste arancione alla Jama Masjid di Delhi

La moschea, fatta costruire dall’imperatore Shah Jahan, lo stesso che ordinò la costruzione del Forte Rosso, può contenere 25000 persone!

Fortunatamente non erano tutte e 25000 lì e siamo riuscite a girare la moschea senza dover sgomitare tra la folla.

Cosa che non possiamo dire dell’uscita della moschea che porta su Meena Bazaar.

Folla al Meena Bazaar di Delhi

La mia amica Mallory ha rinominato questo posto il “Pin Ball Market”: vieni spinto, vieni girato, non vinci nessun punto.

CHANDNI CHOWK.

Dopo la colossale traversata del Meena Bazaar, che mi ha consumato più energie di quante ne abbia perso correndo la Roma Ostia, ci avviamo verso Chandni Chowk.

Chandni Chowk è un’ampia strada piena di gente, negozi, bancarelle e gli immancabili tuk tuk.

Mercato di Chandni Chowk a Delhi

Chandni Chowk letteralmente significa “luogo del chiaro di luna” in quanto un tempo era attraversato da un canale che rifletteva la luce lunare. È uno dei mercati più antichi di Delhi, fatto realizzare dall’imperatore Shah Jahan per la figlia Jahan Ara.

 

Direi che come primo giorno abbiamo visto abbastanza e decidiamo di rientrare in hotel.

Oggi abbiamo concentrato la nostra visita su Old Delhi, la zona più antica della capitale indiana, caratterizzata dalle testimonianze lasciate dalla dominazione musulmana dei Moghul.

Domani invece visiteremo New Delhi: la parte più moderna della città, dove spicca la parte costruita dal governo britannico.

Delhi è veramente grande e caotica. È impensabile raggiungere a piedi i vari punti di interesse della città, per cui ci accordiamo con lo staff dell’hotel su un itinerario che faremo domani con un autista.

GIORNO 2: NEW DELHI.

Ci svegliamo decisamente più riposate rispetto a ieri, pronte per una nuova giornata in terra indiana, questa volta con la comodità di una macchina con l’aria condizionata!

Conosciamo l’autista che ci porterà in giro tutto il giorno: Vishnu. È stato amore a prima vista!

Vishnu è un uomo dolcissimo, originario di un paesino di campagna vicino Varanasi, di cui va assolutamente fiero, dove vive la moglie e alcuni dei suoi figli.

“La prossima volta che venite in India dovete visitare il mio villaggio. Però dovete rimanere più di un mese. Un mese solo non basta”.

Va bene Vishnu! La prossima volta visiteremo il tuo villaggio! Forse non per un mese, ma ci passeremo!

Vishnu, come la maggior parte degli indiani, è curiosissimo. Oltre a dare informazioni sulla città di Delhi e sulla cultura indiana, rivolge tante domande anche a noi sull’Italia, sugli Stati Uniti e sulla Thailandia. Domande molto particolari, tipo: “In Italia le donne li uccidono i mariti?”, oppure: “Agli americani stanno simpatici gli inglesi?”, o ancora: “A Bangkok ci sono dei posti dove fanno il massaggio sandwich?”.

Come fai a non amarlo? Vishnu ci è rimasto nel cuore e durante il nostro viaggio in India non siamo riuscite a smettere di paragonare ogni autista a Vishnu. Come si dice, il tuo primo autista indiano non si scorda mai!

Ma una cosa che accomuna tutti gli autisti e che ci ha tenuto vivo il ricordo di Vishnu è che mentre ti parlano ti devono guardare. Anche se questo comporta girare la testa indietro e non guardare minimamente la strada mentre si guida!

Tra una chiacchiera e l’altra arriviamo alla prima tappa del nostro itinerario, situata nel punto più lontano rispetto il nostro hotel: il minareto Qutb Minar.

IL MINARETO QUTB MINAR.

Il minareto Qutb Minar è uno dei simboli di Delhi ed è il più alto minareto in mattoni del mondo (72,5 metri).

Il minareto fa parte del complesso di Qutb che è stato dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.

Scendiamo dall’auto e facciamo una foto al minareto.

Minareto Qutb Minar di Delhi

Rimontiamo in macchina e nel tragitto verso la prossima tappa Vishnu ci offre un chai tè. Gesto molto carino e apprezzato, anche se non posso dire lo stesso del tè. Sinceramente lo trovo imbevibile. È un tè preparato con tantissime spezie (immancabili nella cucina indiana), latte (spesso di soia) e miele. Il mio rifiuto viscerale a questo tipo di tè mi ha portato a non indifferenti problemi relazionali con gli indiani, i quali ti offrono il chai tè ovunque e si offendono tantissimo quando lo rifiuti, soprattutto dopo 10 categorici no.

Ma proprio non posso ferire i sentimenti di Vishnu, e inoltre ancora non avevo idea del sapore di questa bevanda così inspiegabilmente amata in India.

Bevendo Chai Tè a Delhi

TEMPIO DI LOTO.

Arriviamo di fronte al Tempio di Loto. Oggi è chiuso per cui ci accontentiamo di una foto dall’esterno.

Tempio di Loto di Delhi dall'esterno

Chiediamo informazioni a Vishnu ma la sua risposta non ci convince molto: “Questo è un tempio dove tutti vengono a pregare!”. Proviamo a chiedere una seconda volta sperando in una risposta più informativa rispetto alla prima ma niente, stessa identica risposta.

Ma alla fine dopo alcune ricerche scopriamo cosa veramente intendesse Vishnu! Il Tempio di Loto è un tempio bahai, una fede che accoglie tutte le religioni del mondo. Quindi tutti, ovvero tutte le persone di qualsiasi religione, vanno al tempio di Loto a pregare il proprio dio.

Il tempio è stato costruito in nome della pace, di cui il fiore di loto è simbolo.

Ci avviciniamo verso il centro di Nuova Delhi e arriviamo alla Tomba di Humayun.

LA TOMBA DI HUMAYUN.

La tomba di Humayun è il monumento di cui gli abitanti di Delhi vanno più fieri. Loro vi diranno: “È il Taj Mahal di Delhi, ma questo è stato costruito prima”, ponendo particolare enfasi su quest’ultima parte come per dire: “Guarda che ad Agra ci hanno copiato!”.

Tomba di Humayun a Delhi

Fu fatto costruire nel 1562 da Hamida Banu Begum, la prima moglie dell’imperatore moghul Humayun. Oltre all’imperatore, nel mausoleo sono sepolti anche il suo barbiere preferito, la moglie che ne commissionò la costruzione, e altri successori moghul.

Il complesso è molto suggestivo ed è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Girando tra il meraviglioso giardino e le varie tombe, ci rendiamo conto di aver sforato l’orario stabilito da Vishnu e ci precipitiamo all’uscita dove troviamo il nostro amico pronto a portarci alla prossima destinazione: il giardino di Lodi.

IL GIARDINO DI LODI.

Il Giardino di Lodi è una piccola oasi nel caos della capitale indiana. Si può passeggiare in pace e tranquillità tra le varie tombe dei sovrani lodi e sayyid.

Vishnu ci lascia davanti l’ingresso della tomba di Mohammed Shah, una delle più antiche del giardino, che contiene i resti del penultimo sovrano della dinastia sayyid.

Tomba di Mohammed Shah nel Giardino di Lodi di Delhi

Visitiamo la tomba e facciamo una breve passeggiata sui sentieri del parco prima di metterci nuovamente in macchina verso il Gurudwara Bangla Sahib.

GURUDWARA BANGLA SAHIB.

Il Gurudwara Bangla Sahib è un importantissimo tempio per la comunità religiosa dei Sikh.

Ingresso del Gurudwara Bangla Sahib di Delhi

Il Sikhismo nasce nel XV secolo in opposizione al sistema induista delle caste con lo scopo di unire indù e musulmani sotto un’unica fede, venerando lo stesso dio, e si fonda su rigide regole di comportamento stabilite dai 10 guru che in successione hanno scritto il testo sacro dei Sikh.

All’ingresso ci danno una bandana per coprire il capo e, vestite da pirata, entriamo nel tempio.

Indossando bandane al Gurudwara Bangla Sahib di Delhi

Osserviamo i fedeli cantare i loro inni religiosi e, una volta uscite dal tempio, ci ritroviamo di fronte il Sarovar, il lago sacro del tempio, dove i fedeli si immergono per ricevere i benefici spirituali delle acque sacre del lago.

Impresa resa piuttosto ardua dai guardiani del Sarovar che allontanano con un bastone chiunque tenti di avvicinarsi al lago. Ma qualcuno gli è sfuggito…

Sarovar del Gurudwara Bangla Sahib di Delhi

Lasciamo a malincuore le nostre bandane e torniamo da Vishnu che ci porta nell’area intorno Rajpath, il cuore della Delhi figlia del colonialismo britannico.

RAJPATH E DINTORNI.

Rajpath, o la Via Reale, è un enorme viale dove ogni anno si svolge la sfilata per la festa della Repubblica. Il viale collega l’India Gate, un arco dedicato ai soldati indiani deceduti combattendo per l’esercito britannico durante la prima guerra mondiale, al Rashtrapati Bhavan, la Casa della Repubblica, dove risiede il presidente dell’India. Prima dell’indipendenza indiana, il Palazzo ospitava i vice re britannici.

India Gate dal Viale di Rajpath

Poco lontano sorge il Palazzo del Parlamento, un edificio circolare circondato da 257 colonne.

Questa è la zona della città che testimonia a pieno l’occidentalizzazione impartita dal governo britannico. In effetti in questa parte di Delhi non sembra neanche di stare in India.

La questione della dominazione inglese mi incuriosisce molto e chiedo a Vishnu se esistono ancora dei risentimenti tra la popolazione indiana nei riguardi degli inglesi.

La risposta di Vishnu mi lascia una grande confusione in testa: “Puoi fare questa domanda a me perché sono il vostro autista, ma non la fare a nessun altro. Noi amiamo gli inglesi. Sono come un Dio per noi. Ci hanno portato le infrastrutture, le ferrovie. Tutto quello che abbiamo è grazie agli inglesi”.

Entrare in profondità a quello che c’è dietro questa risposta è molto complicato. Non voglio arrivare a conclusioni affrettate, ma la sua risposta mi è sembrata il frutto di un pensiero automatico generato da un vero e proprio lavaggio del cervello.

Da sempre i colonizzatori si sono imposti come un vero e proprio Dio con la missione di “civilizzare” la popolazione locale, mascherando così lo sfruttamento economico delle loro risorse e del loro commercio.

Non saprò mai cosa veramente pensa Vishnu degli inglesi, così come non conoscerò mai la vera posizione del resto della popolazione indiana.

La cultura indiana è piena di contraddizioni difficili da comprendere e immagino che questo aspetto faccia parte di questa rete complicatissima.

Per quanto mi sarebbe piaciuto approfondire l’argomento, cambiamo discorso e, affrontando temi più leggeri, torniamo a Old Delhi per visitare il memoriale di Gandhi.

RAJ GHAT.

Eccoci in uno dei luoghi più cari agli indiani: il Raj Ghat, una piattaforma di marmo nero posta nel luogo dove fu cremato Mahatma Gandhi.

Raj Ghat il Memoriale di Gandhi a Delhi

Il memoriale sorge all’interno di un giardino dove regna la pace e il silenzio e lungo il suo perimetro ci sono scritte che riportano alcune citazioni del profeta.

Torno a pensare a quello che mi ha detto Vishnu sugli inglesi e più rifletto e meno comprendo. Come è possibile che gli indiani vedano gli inglesi come un Dio e allo stesso tempo riveriscano un uomo che ha dedicato la sua vita alla conquista dell’indipendenza indiana dal dominio britannico con le sue continue lotte basate sul principio della non violenza?

Chissà qual è il vero pensiero di Vishnu o quello di qualsiasi altro indiano a riguardo. E mentre tempesto il mio cervello di domande, eccomi di fronte a una citazione di Gandhi che mette a tacere tutti i miei pensieri.

Una delle citazioni di Gandhi nel Raj Ghat di Delhi

LAXMINARAYAN TEMPLE.

Siamo arrivate all’ultima tappa del nostro itinerario: il Laxminarayan Temple, detto anche Birla Mandir.

Tempio di Laxminarayan di Delhi

Il tempio, dedicato alla divinità di Laxmi, la dea della prosperità, fu inaugurato da Mahatma Gandhi per accogliere le persone appartenenti a tutte le caste.

Mentre visitiamo il tempio troviamo un gruppo di persone sedute, intente ad ascoltare uno dei discorsi che si tengono nella sezione laterale del tempio.

Ascoltando uno dei discorsi tenuti nel Tempio di Laxminarayan di Delhi

Ed è giunto il momento dei saluti. Vishnu ci accompagna in hotel e lo lasciamo con la promessa di visitare un giorno il suo villaggio. E ovviamente non può mancare il selfie di saluto.

Selfie con Vishnu a Delhi

Devo dire che Delhi è una città frenetica dalle mille sfaccettature, e credo che costituisca un ottimo allenamento per affrontare il caos che caratterizza qualsiasi viaggio in India degno di chiamarsi tale!

Domani partiremo per il Rajasthan e questa è l’ultima notte nella capitale indiana. O almeno così pensavo. Come scriveva Michael Ende nella sua Storia Infinita: “Ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta”.

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